PROLUSIONE
 
Collegio Docenti del 3 settembre 2018

Gentili docenti,

anche quest’anno desidero condividere alcune riflessioni introduttive, prima di addentrarci nelle questioni di competenza del collegio docenti per l’avvio del nuovo anno scolastico.

Stiamo vivendo un periodo di transizione istituzionale e, come sempre accade, ai cambiamenti seguono necessariamente fasi di adattamento e adeguamento. La scuola, del resto, è sempre stata oggetto di attenzioni e intenzioni di riforma o almeno di interventi correttivi su precedenti decisioni.

La discussione ha spesso e volentieri fatto emergere posizioni diverse e azioni divisive, al punto che già il vecchio e saggio Cavour riconosceva un sicuro trucco per paralizzare i parlamenti e sfinire i partiti: proporre l’esame di una riforma della scuola. Le tante ipotesi legislative si sono sempre fondate su alcuni tópoi: il compianto sul deplorevole stato dei fatti, il cupo catalogo di quel che andava fatto e invece non s’è fatto, la sicurezza di dover intervenire per normare situazioni d’emergenza. Anche nei primi due decenni del nuovo millennio è proseguito il mito della riforma ultima e totale, quella che finalmente avrebbe ridato fondamenta, stabilità e prospettiva alla scuola, eliminando tutto ciò che di provvisorio era stato deciso, col risultato però di sfiancarla e logorarla.

La realtà ci dice che, allo stato attuale, le ultime sperimentazioni del tardo Novecento, congiunte con la novità epocale dell’autonomia scolastica, permangono come capisaldi di una scuola che sa di dover necessariamente cambiare col cambiare dei tempi. Oggi, però, pare che il “cambiamento senza riforma” abbia ceduto il passo a plurime “riforme senza cambiamento”, ossia a deliberazioni notarili e desultorie di quanto esistente, pur al variare di accenti che il variare delle posizioni politiche in campo ha imposto ai diversi portavoce di assumere. Ma sono state perlopiù sanzioni rapsodiche e meteoriche, legate al rapido susseguirsi di stagioni e protagonisti.

Così si può riprendere alla lettera quel che scriveva da prigioniero Gramsci sulla scuola nel 1932: si procede “caoticamente, senza principi chiari e precisi” (Quaderno XXIX). Le mancate riforme, le semi-riforme, le contro-riforme hanno cristallizzato la sostanziale rinuncia a trattare la scuola come problema autenticamente politico. Questa abdicazione lascia il sistema di istruzione e formazione spesso in balia delle situazioni conflittuali, tra una domanda che sale, perché il mercato pretende istruzione di qualità, e una costante azione antidemocratica che vaglia e devia quella domanda, spesso su binari morti.

Il liceo si trova ancor più di altri indirizzi di studio a fare i conti con alcuni nodi culturali che rischiano di rivelarsi gordiani: l’accusa di classismo all’istruzione di massa è diventata un’arma assai potente in mano a chi ha inteso smantellare la scuola statale; l’enfasi sulla scuola attiva ha portato una concezione d’aula come avviamento al lavoro e anticamera d’azienda.

Nell’ingannevole chiaroscuro del nostro sistema scolastico – con il suo dualismo di fondo solo in parte mascherato dalla proliferazione di indirizzi e scelte – il liceo rischia di doversi incagliare nel dilemma tra la storia che porta con sé (che non si cancella d’un tratto e non si riforma a casaccio) e la possibilità che intende offrire.

Per venire al nostro specifico contesto, credo permangano, al di là di tutte le criticità esposte, alcune ragioni di fondo che sostanziano il nostro lavoro quotidiano e la fiducia del sentirci comunque sempre una comunità educante: il liceo addita la possibilità di una scuola che sa raccogliere, perfezionare e adattare saperi vecchi e nuovi; una scuola le cui conoscenze possono essere arricchite e rinnovate, ma agevolmente sostituite no, se non per fatua improvvisazione o chiara volontà di liquidazione; una scuola che intende democratizzare un capitale simbolico che è stato per generazioni appannaggio di poche élites e che oggi – quando la domanda d’istruzione interessa ormai l’assoluta maggioranza di una popolazione italiana sempre più multietnica – rischia di tornare a essere segregato e riservato a pochi; una scuola che è in grado di offrire opportunità di uguaglianza ignote a tante altre scuole, in virtù delle competenze che ha affinato e ogni giorno affina, delle pratiche didattiche che ha ereditato e ogni giorno tramanda, del capitale simbolico, storico e culturale che ogni giorno si adopera per condividere: non perché sia venerato, ma perché sia conosciuto, sia criticato e discusso, sia confrontato ed eventualmente superato, e in questo modo fatto proprio.

Questo non significa che ci dobbiamo porre l’obiettivo di fare del liceo una scuola per tutti: sarebbe impossibile e innaturale. Significa lavorare per far sì che sia una scuola per tanti, consapevoli che quando don Milani disse che il solo problema della scuola sono i ragazzi che perde, poneva al centro dell’attenzione la questione della sua giustizia.

Nel ripartire per affrontare questo nuovo anno scolastico, mi auguro di perseguire, insieme ad ognuno di voi e grazie ad ognuno di voi, l’obiettivo di una scuola giusta.

 
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